Dicono di noi

Corriere della Sera

23 luglio 2016

 

Il Giornale

28 maggio 2016

http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/herbert-huncke-candido-peccatore-che-invent-i-beat-1264681.html

 

Sette

20 maggio 2016

 

TUTTOLIBRI

18 aprile 2016

http://www.lastampa.it/2016/04/18/cultura/tuttolibri/herbert-huncke-lautobiografia-di-unicona-sbandata-9hXaQnkLdUCi3nZLPiyS9L/pagina.html

 

IL GIORNO

7 febbraio 2016


http://www.ilgiorno.it/libro-pane-convivialita-1.1710424

 

PANORAMA

3 febbraio 2016

 

http://www.panorama.it/cultura/libri/10-libri-1-sulla-scrittura/#gallery-0=slide-9

 

Sette

30 maggio 2014

 

 

Il Trentino, L’Alto Adige

Fuori Asse, Cooperativa Letteraria

http://cooperativaletteraria.it/index.php/fuoriasse/98-fuoriasse-10/331-fuoriasse-10-in-pillole-riflessi-claudio-morandini-vigevani.html

 

Il Giorno

16 febbraio 2014

 

 

 

La Stampa

15 febbraio 2014

 

9 febbraio 2014

Uomini contro al fronte

(…) Plauso ad Andrea Garbarino che con la sua Endemunde, piccolo ma importante marchio milanese, ci fa spesso bei regali. Questo esce nell’anno giusto, a un secolo dal “Grande balipedio”, la Grande guerra, il massacro che ogni pur sperduto paese ricorda nei cippi dei caduti (e soltanto lì: chiedete in giro, agli italiani, se sanno qualcosa di quella lontana macelleria). Il romanzo, dato alle stampe nel 1969, è ambientato sul fronte dell’Isonzo: sangue e stupidità di un gioco cupo.

Antonio Bozzo

Il Gazzettino

7 febbraio 2014

 

 

 

Mangialibri

I compagni di settembre, Alberto Vigevani

Provincia di Como, settembre 1943. All’indomani dell’armistizio che ha lasciato un’intera nazione abbandonata al proprio destino, confusa e disorientata, un giovane pittore milanese abbandona Milano, sua moglie e il figlio appena nato per raggiungere un piccolo gruppo di partigiani nascosti sulle montagne al confine con la Svizzera. La determinazione e il coraggio di Filippo nello scegliere di schierarsi e poi diventare partigiano fanno da sfondo al suo viaggio verso i paesi del lago e poi alla risalita dei sentieri di montagna, fino all’unione con il piccolo gruppo di uomini decisi a guastare, coi pochi mezzi a disposizione, l’opera dei fascisti e dei tedeschi presenti sul territorio. Sospesa nel cielo azzurro di un settembre sempre più freddo, come un drappo funebre e un sipario, la sensazione di smarrimento di un popolo lasciato solo dai vertici politici e militari. In quest’atmosfera rarefatta e incerta, fidarsi di qualcuno è difficile e pericoloso se non addirittura impossibile, perciò ci si muove cauti, con parole soppesate e con la speranza che nessuno tradisca. Dopo i primi contatti, la salita alle baite più alte e poi gli scontri a fuoco, i primi morti e successivi rastrellamenti per punirne gli autori. Filippo, nelle veglie di guardia o in cammino tra i boschi, si domanda se riuscirà a non avere paura e se, davanti alla morte, saprà trovare il coraggio di non abbassare lo sguardo…

Scritto nel 1944 e recentemente ripubblicato nel settantesimo anniversario dell’inizio della Resistenza, I compagni di settembre può essere definito come uno dei primi romanzi partigiani, scritto con la poesia e la rabbia di un testimone di quegli anni terribili, pieni di paura, speranza e sconforto mischiati insieme. Le pagine sono permeate da quel senso di abbandono che i giovani di allora devono aver provato, la frustrazione dell’immobilità, dell’indecisione delle più alte cariche dello Stato e poi la scelta pericolosa di diventare partigiani e sparire, sperando che le famiglie non avrebbero poi pagato la scelta fatta. Vigevani, scomparso nel 1999, è stato uno dei più importanti scrittori milanesi del ’900 e lo si capisce anche dalla capacità di raccontare una persona, un’azione, un sentimento. “Dovunque fossi stato, mai un luogo mi restava straniero; venuta notte, ripetendo atti uguali e pensieri simili, m’accorgevo d’essere sempre con me.” Oppure, “Non lo guardavo, perché temevo che s’accorgesse del mio esame. Ricreavo in me la sua immagine e la fissavo avidamente. Un uomo così lo si può ammirare, lo si può seguire, non mi pareva possibile amarlo.”  Il libro, con uno stile neorealista puro, impone una riflessione storica, morale, che ci fa pensare a noi stessi e alla nostro modo di vivere attuale, che ha parametri che non ci permettono di comprendere quello che accadde dopo l’armistizio. E non è solo l’argomento trattato, ma è soprattutto la qualità della scrittura di Vigevani che mi fa dire che libri come questo (veloci da leggere, eppure importanti e poetici allo stesso tempo) sarebbero utile lettura per gli studenti del nuovo millennio.

Renzo Brollo

L’Arena

6 febbraio 2014

 

 

Giornale del Popolo

18 gennaio 2014

 

 

 

 

 

 

 

La Provincia di Como, Lecco, Sondrio, Varese

9 gennaio 2014

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Corriere del Ticino

28 dicembre 2013

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Stampa

24 dicembre 2013

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Fatto Quotidiano

7 dicembre 2013

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

il Venerdì di Repubblica

6 dicembre 2013

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Corriere della Sera

4 dicembre 2013

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Sole 24 Ore

24 novembre 2013

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Mondo

22 novembre 2013

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

l’Unità

21 novembre 2013

 

 

 

 

Corriere della Sera

20 novembre 2013

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Qui di seguito la bella recensione che Fiona Diwan ha dedicato a I compagni di settembre su Mosaico, sito ufficiale della comunità ebraica di Milano.

Vigevani, il poeta che scrisse romanzi

HA SCRITTO, NEL 1944, IL PRIMO ROMANZO ITALIANO SULLA RESISTENZA. ALBERTO VIGEVANI, MILANESE ED EBREO, FU UN RAFFINATO OUTSIDER DELLA LETTERATURA, POETA, BIBLIOFILO E SCRITTORE. OGGI LA SUA RISCOPERTA

 È stato il primo romanzo sulla Resistenza italiana, scritto praticamente in tempo reale (Uomini e no, di Elio Vittorini è del 1945), all’indomani dell’8 settembre, al principio della cruenta guerriglia tra partigiani, repubblichini e nazisti.

Classe 1918, milanese, Alberto Vigevani scrive nel 1944, durante l’esilio in Svizzera, a Lugano (ci arrivò scappando insieme alla moglie Anna Maria Camerini e al piccolo figlio Paolo, in fuga dalle persecuzioni razziali); ed è con il romanzo I compagni di settembre (Edizioni Endemunde, 11,90 euro, 159 pp, oggi ripubblicato 70 anni dopo la sua prima uscita), che Vigevani dimostra di essere, anche in questo caso, un vero diamante solitario, un outsider della letteratura italiana. Il romanzo racconta la storia di un gruppo di ragazzi e in particolare di Filippo, giovane artista, pittore di paesaggio, che si unisce a una brigata partigiana in montagna: rastrellamenti, turni di guardia, delatori, agguati, armi, miseria e nobiltà della guerra e la giovinezza di un ragazzo borghese che deve guardare negli occhi la possibilità di uccidere per salvarsi la vita. Epopea del coraggio, della paura, dell’avventura, ma sempre con una prosa antiretorica e asciutta. «I compagni di settembre è un libro un po’ che io rinnego, un libro che piacque a Ignazio Silone, io ero un ragazzo, lui volle pubblicarlo; è stato, in ordine di data, il primo romanzo partigiano italiano; ha un valore storico, ma, naturalmente, il fenomeno partigiano non era ancora sorto nella sua vera forma né io sono stato partigiano. Era quasi un augurio, era un libro che aveva quasi una volontà di riscatto per il Paese; anticipava i tempi, e, come tale, è un libro un po’ letterario, un po’ avulso dalla realtà. Interessante da un punto di vista schiettamente politico».

Con queste parole, Alberto Vigevani giudicò, trent’anni dopo averlo scritto sotto lo pseudonimo di Tullio Righi, questo suo romanzo così legato all’attualità, così politico ed eterodosso rispetto alla vena più lirica di altri libri («è un poeta che ha scritto romanzi», diceva di lui Lalla Romano). Influenzato dal clima neorealista alle porte, I compagni di settembre, scrive Marco Fumagalli nella postfazione, «è capace di emozionare… veicola lo spirito della Resistenza del dopo 8 settembre; un’atmosfera di passione e una volontà di partecipazione», che contagiarono lo stesso Vigevani. Per molti critici letterari, questo romanzo rimane, nella sua produzione, un episodio isolato e strettamente legato al contesto in cui nasce; un’opera apparentemente estranea al resto della sua letteratura.

A plaudirlo tra i primi ci fu il critico e scrittore Franco Fortini, osservando che «c’è l’aria, il tono e la passione di quelle giornate di settembre tremende che nessuno degli italiani dimenticherà… Ci sono delle cose davvero bellissime e il piglio e il tono è proprio vivo e sodo (e quei giorni ci sono, in tutta la loro aria)». Mentre invece il critico Giansiro Ferrata, noterà «una doppia anima del romanzo, che, per quanto più nascosti, ha ancora in sé gli elementi di un’intonazione a tratti liricizzante e… della rappresentazione della dimensione umana e intima dei personaggi». Gli amici dell’epoca, ci fa notare il figlio Marco nella bella prefazione, erano Gadda, Vittorini, Vittorio Sereni, Montale, Carlo Levi, Alberto Mondadori, Ernesto Treccani,… E leggendo i commenti, toccando con mano la circolarità delle voci e la rete di amicizie e di affinità elettive che circondavano il raffinato scrittore e bibliofilo Vigevani, ci si accorge di come esistesse in Italia qualcosa che oggi è andato irrimediabilmente perduto: una vera e propria civiltà letteraria, un mondo più o meno omogeneo, conviviale, fatto di scambi aperti, a volte ruvidi ma quasi sempre diretti; e poi la circolarità delle idee, l’amicizia, le frequentazioni private e improntate a un’affettività diffusa degli uni con gli altri. Un mondo che non esiste più, finito per sempre con gli anni Ottanta, con la Prima Repubblica, con l’avvento della post-modernità.

Fiona Diwan

Milano, 20 ottobre 2013

 

 

Corriere della Sera

19 ottobre 2013

 

 

 

 

Corriere della Sera

29 settembre 2013

 

 

 

La Repubblica

29 settembre 2013

 

 

L’Espresso

25 luglio 2013

 

 

 

 

 

 

A proposito di Enrico Emanuelli

 

“Una benemerita casa editrice, Endemunde, piccola ma già inconfondibile per la sua grafica piena di grazia e le sue scelte originali, coraggiose, ha ripubblicato un suo testo del 1967, “Un gran bel viaggio”, stampato allora dalla regina delle case avanguardistiche, la Feltrinelli dell’impegno e della lotta al Sistema. (…)

C’è da chiedersi come abbiano potuto resistere, il Capitalismo e il Sistema, a un tiro di fionda così ben mirato com’è questo romanzo, che appare ancora oggi perfido, squisito, acuminato quanto lo furono le Relazioni pericolose. (…) Le avventure del viaggiatore anonimo – volutamente lasciato anonimo dal sapiente autore – sono un concentrato di esotismo da manuale e di satira sociale, una commedia di costume dai dettagli deliziosi, la puntuale ricostruzione dell’era del boom, oggi tanto rimpianta.”

Leggete qui l’intera recensione di Massimo Scotti …. http://www.federiconovaro.eu/editoria/note/5499-un-gran-bel-viaggio,-nota-di-massimo-scotti

4 luglio 2013

 

Corriere della Sera

8 giugno 2013

Italia Oggi

7 giugno 2013

 

 

La Stampa

1 giugno 2013

 

 

 

Sette

31 maggio 2013

Elle

giugno 2013

La Repubblica

16 maggio 2013

 

Sole 24 ore

31 marzo 2013

Mangialibri

Il giardino cinese della nobile Kwei-Li

Il giardino cinese della nobile Kwei Li
Alla fine del ’800, Kwei-li, diciotto anni, scrive al marito, funzionario cinese di alto rango in viaggio con il suo signore, il principe Chung. Tra le belle pareti del palazzo immerso nella natura, con giardini segreti e cortili privati, contornata da uno stuolo di servitori, sente che niente vale la pena di essere gustato senza la presenza del suo amato. Riferisce che durante il giorno finge di essere in sua compagnia, si chiede continuamente se lui sarebbe contento dei suoi comportamenti, lo mette al corrente di ogni piccolo e grande avvenimento, gli confida, con grande rispetto, i contrasti e le difficoltà di relazione con la suocera. Racconti di ordinaria vita quotidiana, tra sete fruscianti e piedi fasciati. Kwei-li, con la tipica pazienza orientale, riesce a ottenere la fiducia ” dell’onorevole madre”, raggiunge  con  lei l’intimità e la confidenza necessarie per …
Elizabeth Cooper ha raccolto le lettere scritte tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento dalla nobile Kwei-li al marito e alla suocera; le ha fatte pubblicare per la prima volta nel 1914, dalla casa editrice Stokes, corredate dalle preziose tavole fotografiche di Donald Mennie, di cui questa edizione è purtroppo priva. Sono seguite nuove edizioni e  varie ristampe dell’epistolario, apprezzato per l’eleganza e la semplicità di stile che portano immediatamente a contatto con la cultura cinese del tempo, vista attraverso gli occhi di una donna che viveva all’ombra del padre prima, del marito dopo e infine, anche dei figli. Una cultura distante dalla mentalità occidentale, con cui in quegli anni era d’obbligo confrontarsi. La signora Cooper non dice niente di più di quello che Kwei-li stessa racconta nelle lettere, dalle quali affiorano la sua resistenza al cambiamento, l’abbandono progressivo del suo mondo, la tenacia nel sostenere l’utilità e la forza di alcuni aspetti della tradizione cinese, le diffidenze e l’ineluttabile adeguamento alle novità occidentali, l’effetto vivificante dell’incontro con il libro del Dio straniero. Sono lettere tenere e poetiche, traboccanti di bellissime immagini, con tracce inconfondibili dell’insegnamento del poeta Ling-Wing-pu, con il quale Kwei-li aveva studiato insieme ai fratelli, grazie al  permesso dal padre Chaih-li, illuminato e stimato vicerè. Utile e piacevole lettura per chi fosse interessato a conoscere di prima mano l’impatto provocato dall’incontro tra la civiltà millenaria cinese e la mentalità occidentale, nel delicato processo che ha portato la caduta della corte mancese e la successiva nascita della Repubblica popolare cinese.
Maria Cristina Coppini

 

Tuttolibri

23 marzo 2013

 

Il Giornale di Brescia

23 febbraio 2013

 

 

Mangialibri

Vademecum dello scrittore

Vademecum dello scrittore
“La semplice dignità del disadorno che può presentarsi al mondo senza pudori, drappeggiato anziché vestito di tutto punto, nella consapevolezza della perfezione”. In questa semplice affermazione si cela secondo Frank Norris, uno dei grandi segreti dell’arte, non solo letteraria. Mettiamo, dice lo stesso Norris, che il Nuovo Testamento fosse ancora da scrivere e ci toccasse oggi raccontare al mondo la Natività di Cristo. Quanti aggettivi e iperboli stilistiche, quanta retorica trasuderebbe dalle pagine per descrivere un evento tanto significativo ma di una banalità/normalità lampante? Finiremmo sicuramente, davanti alla descrizione di un evento siffatto, per mettere in scena un’architettura esageratamente barocca, incapaci di rappresentarla ‘semplicemente’ per quel che è. “Una sintassi elaborata, la retorica, il gusto per le metafore, le allegorie e le similitudini sono perdonabili negli episodi secondari, dove la narrazione langue”, sottolinea Norris per rafforzare il suo concetto. Secondo lo scrittore americano insomma, l’arte necessiterebbe di essere smussata, edulcorata dalle impurità stilistiche, ridotta all’osso della sua semplice ed evidente rappresentazione. Quali consigli pratici si possono dare ad aspiranti scrittori in un paese, gli Stati Uniti d’America, dove quasi la totalità dei cento milioni di abitanti ha velleità letterarie? Si potrebbe partire, suggerisce Norris, dal riscrivere i manoscritti a macchina: una buona storia dattiloscritta apparirà certamente migliore e una storia scadente meno mediocre. Poi sicuramente si dovrebbe evitare di dichiararsi privi di velleità letterarie. Perché mai infatti qualcuno dovrebbe prendersi la briga di leggere qualcosa di chi è senza ambizione verso ciò che scrive? E che dire del pessimo ma ricorrente vizio di non accludere recapiti o addirittura nominativi al prezioso manoscritto?…
Frank Norris, scrittore morto nel 1902 a soli trentadue anni, con disarmante semplicità e chiarezza lapalissiana, in questo agile volumetto che raccoglie alcuni dei suoi saggi più importanti sul mestiere di scrivere, mette a nudo il mondo dell’arte letteraria, svelandone tic e piccole, grandi manie. Dal vizio moderno di farcire gli scritti di metafore e trucchi stilistici – buoni solo a mascherare  la mediocrità di chi scrive – a danno della verità nuda e cruda dell’arte, alla differenza tra narratori e romanzieri, ai meccanismi stessi che dovrebbero celarsi dietro la stesura di un romanzo, fino a consigli pratici per aspiranti scrittori o considerazioni sulle loro velleità economiche che, incredibile a dirsi, dopo quasi un secolo e mezzo appaiono ancora attuali in tutta la loro disarmante ovvietà.
Raffaello Ferrante

 

Sette

18 gennaio 2013

 

 

Corriere della Sera

17 Dicembre 2012

L’attualità politica di Hugo

Chi ha letto i romanzi di Victor Hugo non fatica a immaginarlo deputato dell’Assemblea nazionale francese mentre, sguardo severo e tono roboante, pronuncia (lui, eletto tra i conservatori) i discorsi a favore della tolleranza e della democrazia. Un fiume impetuoso di parole che semina lo scompiglio tra gli scranni, di vitale importanza gli argomenti affidati alla sua oratoria (li scriveva, i discorsi, per poi impararli a memoria). Di grande attualità, i temi dibattuti: la libertà di stampa, l’indifferenza per le classi povere, i tagli nella spesa per la cultura, la laicità dello Stato nell’istruzione pubblica. Nove discorsi in tre anni, dal 1848 al 1851, quando lo scrittore fu costretto all’esilio. Li possiamo leggere, così come furono pronunciati, in un volumetto ora proposto dalle Edizioni Endemunde (Victor Hugo, Discorsi contro, traduzione di Gianni Gambarotta, pagine 88, 9,90). Si finisce per essere d’accordo con Gide, leggendo questi discorsi: sì, il più grande scrittore di Francia è Hugo. Purtroppo.

Collura Matteo

 

La Repubblica

14 dicembre 2012

 

 

Mangialibri

Matrimoni sbagliati

Matrimoni sbagliati
Può l’intelletto acuto e brillante di Sherlock Holmes risparmiare un assassino, se questi ha agito per amore? Può un matrimonio logoro e malassortito riprendere a funzionare dopo una falsa accusa di tradimento che ha provocato la quasi morte di un marito fino a ieri insopportabile? Può un uomo continuare ad amare e voler corteggiare la propria moglie nonostante lei sia scappata con il loro inquilino e l’abbia esposto al pubblico ludibrio? E come è possibile accalappiare un uomo per la sua passione per una routine perfettamente controllata e metodica e perderlo per averlo ingabbiato nella stessa? O avere l’impulso di amare e adorare  - e sposare – una persona completamente diversa da noi e poi odiarla fino al più piccolo dettaglio insignificante proprio in virtù di quello che ci ha attirato?…
Il matrimonio, si sa, è una strada impervia per tutti: chi decide di intraprenderla nella migliore delle ipotesi non sa cosa aspettarsi, nella peggiore rischia di veder trasformato il suo sogno d’amore nella più banale e scontata delle tragedie, con epiloghi più  o meno drammatici o sanguinari. Questa raccolta di racconti di autori che possono essere considerati veri e propri cavalli di razza dell’epoca vittoriana ( Conan Doyle, Kipling, D’Arcy, Morrison, Gissing) ci mette davanti a una serie di interessanti situazioni che, se da un lato sono tipiche dell’epoca in cui sono state scritte – per ambientazione e perché no, per quel particolare sense of humor che caratterizza le produzioni britanniche dell’epoca – dall’altro sono lo specchio di quanto si perpetra da secoli e secoli all’ombra di un’istituzione che continua ad affascinare uomini e donne a quanto pare al solo scopo di fargli apprezzare la solitudine. Uno spunto di riflessione senza tempo che può far sorridere, arrabbiare i più ferventi seguaci dell’ “e vissero felici e contenti”, disperare chi si riconosce in qualcuna delle situazioni raccontate, o che vorrebbe fosse così. Un solo consiglio: se il giorno del vostro “Si” si avvicina, forse è meglio guardare un film Disney.

 

Mangialibri

Benedette scatolette

Benedette scatolette
Dura la vita da single in carriera, come dura è quella da fuorisede in una grande città. A risentirne l’alimentazione. Si restringe il tempo a disposizione (e la voglia!) di cucinare, manca l’ispirazione per dedicarsi all’uso di padelle e piano cottura. Per non parlare del cibo fresco e di un frigo in cui tutto rasenta pericolosamente la data di scadenza. In soccorso arriva la mano santa delle scatolette: forme, colori, capienza diversa: dietro un’apparenza semplice e a volte quasi triste, si nascondono infinite possibilità per dei piatti che, dall’antipasto al dolce, possono essere realizzati in un lasso di tempo ridotto all’osso, a volte senza usare minimamente il fuoco, senza troppi sforzi, ma che stimolano ugualmente le papille gustative e la fantasia. Il fuoco non serve per realizzare creme fredde, prelibate insalate, macedonie, e anche la barca diventa momento fertile per gustose tartine, insalate a base di pesce e frittate insolite. Niente tristezza quando la cucina trova un unico commensale: basta impegnarsi un po’ di più e munirsi di padelle, anche monodose, e pochi strumenti utili per qualche piatto un po’ più complicato: via a sughi per la pasta, zuppe, minestre, creme e spuntini da leccarsi i baffi e… senza sbattimenti!…
Giovani imbranati, lavoratrici affrante, velisti duri e puri, gourmet dissoluti: basta sbattimenti, anzi “zero-sbatti”! Parola di Antonio Mungai. Benedette scatolette è un elogio della cucina “al volo”, del cibo in scatola, tanto criticato, ma che nasconde grandi potenzialità a cui magari non avevamo mai pensato. Ricette particolari, semplici, veloci da realizzare, ma sempre varie, per soddisfare il libero sfogo della fantasia e l’allenamento delle papille gustative. Mungai, giornalista enogastronomico, scardina il tradizionalismo culinario e appoggia un tipo di cucina che non comporta complicazioni, perfettamente adatta ai vari “fuggi fuggi”, “non ho tempo”, “quasi quasi non cucino” a cui siamo abituati. Si inizia dalle basi, con consigli su cosa mettere in dispensa e su come scegliere le scatolette giuste (attenzione al peso sgocciolato per esempio!), non mancano le indicazioni sui migliori strumenti da usare per la cucina di pronto uso, fino ad arrivare alle ricette vere e proprie, mai più lunghe di poche righe, con indicazioni su ingredienti, tempo di preparazione e un “ti può interessare” con piccole risorse per conoscere meglio le nostre scatolette e per arricchire le proprie conoscenze. Un manualetto divertente e pratico. Da regalare a quell’amico che, ogni giorno, vive di cibi precotti, tranci di pizza e panini imbottiti quantomeno discutibili.
Serena Calabrò

Mangialibri

Il mio incontro con l’orso

Il mio incontro con l’orso
Gli Adirondack sono un massiccio montuoso ricco di fiumi, laghi e foreste che attraversa lo Stato di New York. Dal 1838 è un’area protetta, incontaminata, dove gli uomini vanno in cerca dell’avventura, dove gli scrittori si rifugiano per ritrovare il contatto con la natura e l’ispirazione per dei racconti che reclamino il predominio della terra sulla modernizzazione troppo veloce, che ha perso la direzione e il limite. Lo scenario è fortemente legato alla descrizione di solitarie escursioni attraverso boschi antichi, seguendo la ripida discesa a valle di un torrente, o all’incontro dell’uomo con animali selvatici. L’uccisione di un orso durante una gita per raccogliere more, ad esempio, ci narra di un uomo semplice che all’improvviso, tra i cespugli di frutti, si trova faccia a faccia con un plantigrado in cerca dello stesso cibo. Ci  sono persone che, con volontà, cercano la via più difficile per tornare a casa, provando a smarrirsi tra le alte piante e le forre infide. La Natura non regala niente, pur lasciandosi ammirare. Le piste battute dagli animali sono tracce, ma anche trappole. Il pescatore vero, poi, quello che considera la sfida tra l’esca e il pesce una vera e propria arte, non sfugge al richiamo di un lago inesplorato, dove trote ferocissime non temono di lottare fino allo stremo una volta prese all’amo. Ci sono anche le delizie di un campeggio, tra le riflessioni di un uomo che cerca nei boschi un rifugio alla civilizzazione. Però la sua impronta non si cancella col tempo, la sua traccia diventa radura secca sulle sponde di un lago. L’uomo costruisce, l’uomo brucia, l’uomo sradica e taglia e, finita la vacanza, se ne va, abbandonando quello che ha costruito per pochi giorni di sopravvivenza e scomodità…
Warner era amico di Mark Twain e lo si capisce nel modo di raccontare le avventure di un individuo immerso nella natura ancora vergine della mano ruvida e definitiva dell’uomo. L’autore fa parte di un movimento di scrittori decisi a rimarcare i valori e le meraviglie di una terra incontaminata, dubitando “del valore di una cultura che obnubila gli istinti naturali”. La realtà è che l’uomo, distaccandosi dalle regole di una Natura madre severa ma giusta, ha dimenticato le priorità, scordandosi l’arte dell’ammirare e apprezzare un luogo, un profumo, un colore. L’efferatezza con la quale insegue un animale selvatico per ucciderlo non ha senso tra gli altri animali. Infatti, “la “civilizzazione” sa scegliere solo tra l’addomesticare o uccidere”. La lettura che vi appresterete a fare è quindi lieve in apparenza, ma ricca di significati simbolici che ormai i decenni hanno cancellato, catalogandola come scontata, noiosa, patetica. Per gli adulti, un buon modo di rifuggire gli intrighi spionistici di romanzi complicati e stancanti; per i giovani, un divertente ritorno alla narrativa d’avventura senza altre pretese che quello di far immaginare luoghi, momenti e sensazioni.
Renzo Brollo

Mangialibri

Pellerossa a Parigi

Pellerossa a Parigi
Siamo a metà dell’800. Georges Catlin, pittore statunitense, compie un viaggio tra le tribù di indigeni ancora esistenti nelle praterie del suo Paese. Vuole ritrarre le popolazioni per conservarne una memoria storica, consapevole del fatto che si potranno estinguere. Al termine della spedizione, una rappresentanza dei “pellerossa” Iowa, guidata dal capo Nuvola Bianca, verrà portata a Parigi per essere messa in bella mostra alla Villa Lumiere. Gli indiani dovranno eseguire i loro riti tribali in pubblico, simulando le danze della guerra e sfoggiando i loro costumi. È così che avviene l’incontro con George Sand, attirato come gran parte della borghesia parigina ad assistere allo spettacolo. Ma tutte le sembianze da popolo rude e selvaggio svaniscono ben presto nel momento in cui George riesce a parlare con i nativi americani lasciandosi raccontare curiose e struggenti storie di vita…
George Sand, autore di questo volumetto, in realtà non è altro che lo pseudonimo di Aurore Dupin, scrittrice francese di nobili origini. Nella Parigi della metà dell’800, infatti, era molto più conveniente e accettabile firmarsi con un nome da uomo per essere letti. Colpisce l’approccio progressista che la Dupin adotta nel descrivere – adottando la forma epistolare – i fatti. In più occasioni, infatti, descrive con molta ironia i danni che la presunta civilizzazione avrebbe portato alle popolazioni native americane, fino a sterminarle e provocare una devastazione irreparabile. Sebbene molto breve – una quarantina di pagine in formato tascabile – il libretto edito da Endemunde è molto godibile e non privo di spunti di riflessione sulla libertà, il rapporto dell’uomo con la natura e lo spazio che lo circonda e gli effetti dell’incontro/scontro tra culture diverse.
Carlo Dojmi di Delupis

Mangialibri

Duellante e gentiluomo

Duellante e gentiluomo
“V’è nel seno della nazione stessa un nemico più potente dell’Austria, ed è la nostra colossale ignoranza, sono le moltitudini analfabete, i professori ignoranti, i generali incapaci e la retorica che ci rode le ossa”, scrive Pasquale Villari sul Politecnico di Carlo Cattaneo. È il 1866. L’Italia si sta facendo, si guarda un po’ allo specchio, si trova stratificata e divisa in più realtà sociali. Urge un’unificazione legislativa. All’interno del citato contesto, c’è un uomo che si impegna a dare un ordine legislativo anche alle questioni d’onore: i duelli, materia non prevista dalla legge e punita dal Governo. L’intento del settantenne Tenente Generale Achille Angelini, con l’aiuto e la consulenza di altri uomini ‘onorevoli’ (aggettivo inteso nel suo significato strettamente letterario), è di redigere il Codice cavalleresco italiano, ovvero le regole che determinano le diverse fasi di una sfida fra gentiluomini. Chiariamoci: il Tenente sa che la pratica del duello è giunta al tramonto, ma per adesso (è il 1883 l’anno in cui viene pubblicato il Codice) l’opinione di Angelini (diretto interessato, in quanto gentiluomo) è che la legge dello Stato non ha ancora trovato un modo adeguato di rivendicare l’onore del gentiluomo, né quello di preservarlo dalle offese…
Ecco allora, nello specifico, i tre tipi di offesa: grave, gravissima, atroce, la multiforme richiesta di soddisfazione, la scelta del luogo e dell’ora, ‘l’arruolamento’ dei padrini, lo svolgimento del duello e il ruolo svolto dal Tribunale d’Onore. Nulla è lasciato al caso. Il duello intimorisce gli spavaldi e ritempra i gagliardi, e soprattutto difende l’onore e la rispettabilità degli uomini d’onore (da sottolineare il capitolo VII sul contegno del gentiluomo di fronte “ad una supposta o reale offesa”: se riceve un’offesa, infatti, il vero gentiluomo non risponde con un’altra offesa, ma si allontana con aria dignitosa proferendo le parole: “Me ne renderà ragione!”). E poi la scelta dell’arma: la spada o la pistola (in questo caso i duelli sono due: ‘a piè fermo’ e ‘avanzando’). La forma e la costituzione del duello, quindi, al tempo di Achille Angelini (che mai, si narra, ne perse uno… ). In appendice, anche alcuni esempi di documenti quali la lettera di sfida e quella di accettazione di una sfida. Insomma, pubblicare il Codice cavalleresco italiano da parte della casa editrice Endemunde è un’operazione davvero curiosa e affascinante: chissà come lo presenterebbe, oggi, il Tenente Generale Achille Angelini, in mezzo a tanti, tanti uomini spavaldi. Andrebbe forse alla disperata ricerca di gentiluomini.
Luca Lampariello

Corriere della sera

9 ottobre 2012

Il Mondo

21 settembre 2012

LA PROVINCIA

8 settembre 2012

 

VOGUE

Benedette Scatolette di Antonio Mungai

Endemunde Edizioni pubblica Benedette Scatolette, il fantasioso ricettario del giornalista Antonio Mungai

È dall’utopia di Ende Munde, un non-luogo nordico immaginario sulla via del tramonto, che nel 2012 nasce l’omonima casa editrice Endemunde Edizioni, a opera del giornalista e scrittore milanese Andrea Garbarino e della figlia Elena. Lo scopo è quello di pubblicare titoli anti-noia, libri da collezione che evochino valori e libertà ormai sommerse dall’imperante soggettivismo della società d’oggi. Il desiderio di Garbarino è presentare un catalogo che soddisfi il bisogno di conforto e riflessione dei lettori, libri vintage di saggistica e narrativa a cui si affiancano quelli dell’ironica collana Emergency Exit, dedicata alle “istruzioni per l’uso” della vita quotidiana.

Il primo titolo di questa nuova collana è Benedette Scatolette, divertente libro di Antonio Mungai. Noto giornalista con un’esperienza ben consolidata in ambito enogastronomico, Mungai ha militato nelle riviste di cucina edite da Mondadori, approdando poi a Il Giornale e lavorando infine come direttore di testate del gruppo Il Sole 24 Ore specializzate in ristorazione. Presentandosi come un volume di “ricette zero-sbatti per giovani imbranati, lavoratrici affrante, velisti duri & puri e gourmet dissoluti”, Benedette Scatolette offre una serie di idee interessanti per spuntini, insalate, sughi, creme fredde, zuppe, secondi piatti e dolci. Con il suo fantasioso ricettario, Mungai vuole dimostrare che il cibo “di pronto uso” -che comprende non solo le scatolette indicate nel titolo, ma anche i tubetti, i barattoli in vetro, le spezie e gli aromi- è ben più vario e articolato di quanto immaginiamo, possiede virtù insospettabili e può addirittura rivelarsi un toccasana per l’umore nonché per l’appetito.

Situato a metà strada tra due chiavi di lettura opposte, Benedette Scatolette è un vero talismano per chi non ama cucinare e detesta fare la spesa, dedicato a chi «preferirebbe tradurre il De Bello Gallico piuttosto che farcire una faraona», come suggerisce l’autore nell’introduzione, ma si rivolge anche a coloro che si dilettano nell’arte culinaria, mettendosi volentieri all’opera per realizzare menu inconsueti con mezzi inusuali e sottovalutati, come insegna la scuola di Moreno Cedroni, il famoso chef che per primo ha prodotto in scatola le specialità del suo ristorante marchigiano La Madonnina del Pescatore.

Dai fagioli al tonno, attraverso allettanti proposte come “Champignon in salsa di cocco al curry”, “Roastbeef piccantino con palmito” e “Spinaci con ribes e foie gras d’anatra”, il libro analizza l’universo delle scatolette come scrigni che nascondono mille tesori inaspettati, capaci di far ricredere anche il più scettico dei palati con percorsi innovativi tra gli scaffali del supermercato.

Foto di Daniela Pettenello

L’Uomo Vogue

04 settembre 2012

 

Marie Claire.it

LIBRI, Lunedì 6 agosto 2012

Inghilterra
, Matrimoni sbagliati di A. Conan Doyle, R. Kipling, A. Morrison, E. D’arcy, G. Gissing (Endemunde)

Cinque (grandi) scrittori di epoca vittoriana si confrontano con unioni infelici e scelte sentimentali tragiche. Un libro irresistibile da una nuova casa editrice che ci ha già conquistato. Ed è una boccata d’ossigeno nel panorama editoriale.

How to: Carat’s, Southwick Beach, Brighton, East Sussex BN41 1WD, tel. 01273 430924

Claudia Spadoni

La Provincia

17 luglio 2012

Clicca sull’immagine per leggere l’articolo.

 

Corriere della Sera

11 luglio 2012

la Tribuna di Treviso

LETTURE IN CUCINA

Ricette per principianti e imbranati

“Benedette scatolette”, un manuale di sopravvivenza alimentare

“Benedette scatolette”. Ovvero “Ricette zero-sbatti per giovani imbranati, lavoratrici affrante, velisti puri e duri e gourmet dissoluti”. Ecco il libro di Antonio Mungai, gourmet e giornalista enogastronomo, già direttore di riviste sulla ristorazione, che ha messo a punto un libro insolito e curioso che manca tra gli scaffali stracolmi delle innumerevoli pubblicazioni che trattano di cucina. A darlo alle stampe ci ha pensato Endemunde editore, che con questo volumetto inaugura la “Collana Emergency Exit”. Sono manuali che possono essere d’aiuto in situazioni di emergenza, come quella dell’arrangiare un pasto in due minuti rimediato al reparto scatolame del supermercato. «Questo lavoro», sottolinea l’autore, «è in buona sostanza un manuale di sopravvivenza alimentare. Mi sono avventurato in un campo d’azione nuovo per me: il supermercato, e da lì sono partito per definire delle ricette veloci, i prodotti utilizzati e le istruzioni per l’uso». In realtà Mungai mette in evidenza un aspetto della nutrizione dei giorni. «Sotto sotto», chiosa il gourmet, «c’è più di un motivo di riflessione sull’alimentazione degli italiani». Il libro contiene più di 100 ricette alla portata di single, camperisti, velisti, pi-gri della cucina, mariti soli, studenti in vacanza o sempli-cemente di chi è talmente di corsa da non avere il tempo di accendere un fornello.

“Benedette scatolette” di Antonio Mungai. Endemunde editore, Collana Emergency Exit, 96 pagine, 10,00 euro.

Lieta Zanatta

3 luglio 2012

 

LA LETTURA (Corriere della Sera)

Siamo padri, non mammi.

Manuali troppo seri e involontariamente comici distraggono i genitori dalla loro alta missione

Su La Lettura (Corriere della Sera) di domenica 2 luglio, un delizioso pezzo di Edoardo Camurri dal titolo Siamo padri, non mammi. In esso, Camurri liquida ironicamente diversi manuali destinati ai genitor tranne “un volumetto appena uscito per una nuova e bella casa editrice di nome Endemunde: Diletti figli miei; si tratta di cinque lettere di altrettanti aristocratici inglesi del Seicento ai loro figli in partenza per l’Università. E’ un libro interessante perché mostra il pericolo più grave, quello per il quale bisogna avere una certa sensibilità e che quasi tutti invece rischiano di confondere con la soluzione: cioè, cosa possono diventare i nostri figli una volta sopravvissuti agli spigoli di casa o alle madri ?”

2 luglio 2012

IL FOGLIO

Molti Tituli

Confessioni di un boia d’altri tempi, il nostro bisogno di memoria e un giallo umbro

“Confessioni di un boia”, Henri E. Marquand (Endemunde, 112 pagine, 9,40 euro)

Se è vero che “un bel morir tutta la vita onora” (Petrarca), allora Maria Antonietta onorò la sua molto più di quanto riuscì a suo marito, Luigi XVI. Il re, davanti alla ghigliottina, si dimenò come un ossesso, costringendo il boia, suo figlio e un aiutante a un supplemento di lavoro per tenerlo fermo. La regina, invece “salì fiera e senza alcun aiuto gli scalini del patibolo. Malgrado avesse 39 anni, era ancora bella. A un tratto fece un segno, come per chiedere dove doveva mettersi. Mio padre rispose con un altro segno. Si sistemò dove doveva e…”. Il racconto di Henri Sanson, penultimo boia di Parigi, s’interrompe qui, in segno di pudore e rispetto. Ma nella sua intervista a Henri E. Marquand, l’éxecuteur non lesina testimonianze molto più crude, riferendo degli atroci supplizi somministrati in piazza, prima che cadesse la lama. In questo libro, pubblicato nel 1875, la cronaca si intreccia alla storia, e l’orrore a pagine d’insospettabile delicatezza. Di Marquand, si sa poco, tranne che fu giornalista, avversario di Napoleone III e amico di Victor Hugo, assieme al quale si batté contro le esecuzioni capitali. A scovare, tradurre e dare alle stampe questa chicca editoriale è stata la milanese Endemunde Edizioni, che ha da poco pubblicato i suoi primi nove titoli. Spiega Andrea Garbarino, il fondatore: “Ci siamo dati due regole. La prima, riportare alla luce idee, libertà e valori annientati dalla società liquida. La seconda, non essere mai noiosi.”

13 giugno 2012

 

 

Il Giornale

Il boia racconta la famiglia da patibolo

di  - 12 giugno 2012, 08:00
Un Victor Hugo minore. Infatti erano amici. Un Cesare Beccaria periferico e più attento al cuore che al diritto. Infatti a Beccaria, per certi versi, il suo libro ammicca. Così potremmo definire il giornalista francese Henri E. Marquand. Ma sarebbe fargli un torto.
Se certamente fu un minore, non fosse altro che per la scarsità della sua produzione libraria che annovera soltanto un libro di viaggio (Souvenirs des Indes Occidentales) e un libello contro la pena di morte (Confessioni di un boia), Marquand era profondamente inserito nella cultura del suo tempo e, per certi versi, influente. Di lui si sa pochissimo, nacque nel 1805 e morì nel 1885. Viaggiò molto e non gradì affatto il Secondo impero di Napoleone III. Ecco perché tra il 1854 e il 1853 lo troviamo esule sull’isola di Guernsey (un fazzoletto di terra in mezzo alla Manica battente bandiera inglese) dove dirigeva la Gazette de Guernsey. Era un giornale piccolo ma combattivo nella cui redazione circolavano le migliori penne del fuoriuscitismo, tra cui proprio Hugo. E fu Hugo a contagiare Marquand con le sue tesi forti contro la pena di morte. Marquand nella sua lunga vita di viaggi e strambe avventure aveva anche fatto parte di una giuria, a Trinidad, che la pena capitale l’aveva comminata. Leggendo, però, le appassionate articolesse contro le esecuzioni che Hugo scriveva proprio per la Gazette il direttore della medesima si «convertì». E decise di pubblicare, nel 1875, le Confessioni di un boia che ora arrivano per la prima volta in Italia grazie al colto interessamento di un piccolo e appena nato editore: Endemunde (volume a cura di Gianni Gambarotta, pagg. 110, euro 9,40).
Se Beccaria (o chi per lui, magari un Verri) ha il piglio del teorico, Marquand ha quello del giornalista che indaga la realtà, dal basso e sporcandosi le mani. Non parla di pena di morte e basta, va a casa di un boia, il signor Sanson, discendente da una lunga tradizione di boia parigini (il mestiere, peraltro redditizio, si passava di padre in figlio) e si fa raccontare tutto sul suo mestiere. Ecco così aneddoti, drammi e follie della pena di morte diventare narrazione viva. La storia di una famiglia «da patibolo» diventa la dimostrazione lampante del perché lo Stato non può e non deve uccidere i suoi cittadini, neanche i peggiori. Sono gli stessi esecutori materiali (oltre a Sanson ne parlano suo padre e i suoi assistenti) a raccontare di ghigliottine inceppate, rimorsi, condanne sbagliate, dell’orrore dell’attesa, di come la tecnologia non sia meno feroce delle atroci pene di un tempo. E se l’Hugo de Le Dernier Jour d’un condamné ha la forza del grande scrittore romantico e crea empatia nel lettore, Marquand è capace di affastellare orrori con una narrazione modernissima e fintamente fredda. Nella sua asciuttezza mette in pagina anche il dolore e la solitudine del boia: «Noi siamo uomini come tutti gli altri; abbiamo passioni, affetti, amicizie, amori, come chiunque altro. Certo, a volte abbiamo funzioni terribili da espletare…».
Perché Marquand per primo capì che nessuno è più vittima della pena capitale del boia che la esegue…
100 ricette con le scatolette
Mercoledì 06 Giugno 2012
Esce in questi giorni un libro curioso dal titolo originale: Benedette Scatolette di Antonio Mungai, un “manuale di sopravvivenza alimentare”. L’idea nasce dalla frequentazione del supermercato e dall’acquisto di ingredienti destinati a preparare ricette veloci e pasti semplici con le famigerate scatolette, per molti ultima spiaggia o scelta obbligata per mancanza di tempo, di motivazione a mettersi ai fornelli o di capacità gastronomiche. Ma il manuale si propone di farci ricredere e vuole dimostrare che con un’astuta combinazione di cibi in scatola e uno sforzo culinario minimo, si può riaccendere l’appetito e l’umore. La materia prima non manca. Il testo è pensato per l’estate: raccoglie più di 100 ricette facili a base di scatolette e conserve, ed è dedicato ai single, ai velisti, a tutti quelli che non amano i fornelli. E’ un fantasioso ricettario che richiede pochi strumenti da principianti ed è anche una provvidenziale guida per muoversi tra gli scaffali del supermercato (96 pagine, 10€). Antonio Mungai, figura molto nota del giornalismo enogastronomico, ha lavorato a lungo nelle riviste di cucina Mondadori, per Il Giornale di Indro Montanelli, e come direttore dei periodici specializzati del gruppo Sole24Ore rivolti alle imprese di ristorazione e dell’ospitalità. L’esperienza dell’autore e la sua concretezza come comunicatore conferiscono al testo sostanza e praticità. Benedette Scatolette è il primo titolo della collana Emergency Exit, dedicata a opere di autori contemporanei scritte in chiave ironica e disincantata. E’ pubblicata dalla Endemunde Edizioni di Milano, una casa editrice che propone libri vintage, testi introvabili, dimenticati o inediti in Italia, libri insoliti e non noiosi, che danno voce a valori progressisti, libertà e sentimenti. I libri di Endemunde si possono acquistare on line e in una cinquantina di librerie associate elencate nel sito. Info www.endemunde.it

 

Italia a Tavola.net