Con il nuovo thriller Zero, Andrea Garbarino porta in libreria una nuova movimentata indagine del
settantenne avvocato Alberico d’Aubry e del suo assistente cambogiano, l’elegante e sensibile Bonnak
Mey. Qui di seguito la prima puntata dell’intervista che l’autore ha rilasciato alla redazione di
Endemunde.

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Qual è questa volta il plot del thriller?

Come in Le finestre sul confine ho ambientato il romanzo in un futuro molto prossimo, il 2024, sullo
sfondo di una grave crisi economica, con l’Italia tornata alla Lira e infiammata da disordini in tutte le
più importanti città. Gli Stati Uniti per salvare il loro alleato hanno avviato un nuovo piano Marshall
per finanziare le infrastrutture e creare occupazione. Capita quindi che a Chiavenna, un paese sul
confine con l’Engadina e ancora relativamente tranquillo, d’Aubry venga contattato dai titolari di due
imprese vincitrici di appalti per la costruzione di un viadotto. Entrambi sono vittime di pesanti
intimidazioni del locale boss mafioso, che dalla manna dei lavori pubblici vuole ricavare la sua fetta. Ed
entrambi si rivolgono all’avvocato per indagare sulle intenzioni di chi li minaccia. Nessuno dei due
imprenditori ha però la coscienza a posto: il geometra Balotti, cui la cosca fa saltare betoniere a
ripetizione, spia la giovane moglie Sara in ogni movimento (e tradimento), collezionando video osé;
l’ingegner Legnoni, da vent’anni fa di tutto per cancellare le tracce delle sue passate collusioni con la
mafia. Farà subito una scoperta che lo sconvolgerà. Di più non posso dire, per non rovinare ai lettori il
piacere di scoprire il seguito.


A cosa allude il titolo, Zero?

Il senso del titolo si chiarirà in un modo veramente inatteso nelle ultime pagine del libro. Posso dire che
“zero” è una parola che evoca l’annientamento.


Perché la scelta di situare il romanzo tra cinque anni?

È un modo, a volte drammatico a volte umoristico, di immaginare tutti noi, lettori compresi, in un
mondo prossimo venturo, ben poco immaginario, anzi molto verosimile. Zero, come del resto Le finestre
sul confine, non è certo un romanzo di fantascienza. Ricordo che nel 2011 quando terminai la prima
stesura de Le finestre sul confine lo avevo situato nel 2022. Accantonai il progetto, temendo di aver
esagerato con il collasso economico, lo scompiglio politico e le violenze di piazza. Avevo già allora
messo in luce manifestazioni e distruzioni tipo Gilet gialli. Sette anni prima che facessero tremare
Parigi. Ripresi il romanzo nel 2015, quando la realtà che avevo sotto gli occhi iniziò a superare la
fantasia. Oggi, anche lo scenario descritto nelle pagine di Zero pecchi più di cautela che di catastrofismo.


Diceva poco fa che il futuro porta con se anche esperienze umoristiche.

Sì, in effetti. Per esempio, nel romanzo si parla di una app per cellulari che permette di creare un
personaggio, una specie di ologramma con certe caratteristiche, dal colore degli occhi, alla voce, ai gusti,
dal quale farsi consolare o con il quale sfogarsi litigando a morte sullo schermo dello smartphone. In
pratica un avatar dotato di intelligenza predittiva, che conosce il suo interlocutore al punto di poterlo
prendere in giro o rimproverare. Mi dicono che qualcosa del genere c’è già. E non so se sia una cosa da
ridere o da piangere.


Perché?

Perché già i social network ci isolano dai rapporti diretti e de visu con i nostri simili. Una app del genere
ci farà sprofondare ancora di più nell’isolamento e in una autosufficienza emotiva che è tossica.


Nel suo romanzo la mafia spadroneggia.

Anche in questo campo, il futuro indirizzerà le organizzazioni mafiose su nuovi binari I tempi del
Padrino sono tramontati. E quelli dei bocconiani prestati alla mafia sono già sotto gli occhi di chiunque
legga i giornali. Le nuove mafie stanno organizzandosi non più soltanto sulla base delle aree controllate
dalle cosche, ma per competenze: rifiuti, scommesse, edilizia, infrastrutture, ristorazione, turismo e così
via. E in questo senso, è facile prevedere che scompariranno anche le classiche distinzioni tra mafia
siciliana, ‘ndrangheta calabrese e camorra napoletana, la cui fusione darà vita a una autentica
multinazionale del crimine


Cosa le piace dell’avvocato d’Aubry?

È un uomo difficile, educato nell’immediato dopoguerra con il rigore e la disciplina che allora
regnavano nelle famiglie patriarcali, non solo al sud. È un uomo serio, preparato che sa anche prendersi
in giro. Ma vive l’accelerazione dei fenomeni sociali con un sentimento di sconcerto e di smarrimento.
Come molti individui della sua generazione non si tira indietro, cerca di convivere con la modernità, ma
la sua attrezzatura mentale lo fa sentire sempre sul punto di commettere qualche errore. Fino a qualche
decennio fa, gli uomini maturi, diciamo pure anziani, erano portatori di esperienza e di saggezza. Oggi si
sentono disorientati, anche se hanno l’accortezza di informarsi e capire cosa accade attorno a loro.
L’avvocato d’Aubry mi piace perché è tenace e coraggioso ma al tempo stesso fragile. Cosa che non
nasconde alla sua donna.


Già, allora parliamo delle tre donne protagoniste del suo romanzo, piuttosto diverse tra loro.

Le donne in realtà sono quattro: una giudice, incaricata delle indagini della Procura, le mogli dei due implicati nelle malefatte e la compagna di d’Aubry, Fiorella. Quest’ultima, veterinaria e amante degli animali, conosce bene il suo uomo, al quale contrappone un approccio da donna autonoma e poco disposta ad accettarne i bisogni affettivi di chi è nato nell’immediato dopoguerra. D’Aubry non è un uomo con cui sia facile relazionarsi e Fiorella si difende come può. C’è un punto, nel romanzo in cui lei lo definisce “un raro esempio di anaffettivo sentimentale”. In effetti un uomo che si produce in slanci romantici di tanto in tanto e per il resto è chiuso come un armadio blindato, non invita a sciogliersi. Ma anche Fiorella, pur essendo convinta del contrario, è così. La cosa interessante da leggere in filigrana nel loro rapporto, è che entrambi sono arroccati sulle loro posizioni, con una sorta di inconfessabile freddezza, una ritrosia, che non riescono a sciogliere. Non credo sia una condizione inconsueta nelle coppie. Ognuno si sente defraudato dell’empatia dell’altro, e con gli anni la distanza aumenta fino a diventare incolmabile.


E le altre donne?

La moglie di uno degli indagati, Sara, trentadue anni ha portato a tal punto il suo anelito di indipendenza da ritrovarsi in situazioni inesplorate e persino pericolose. L’altra moglie vive in modo ossessivo il suo ruolo di madre, soffocando il figlio (quattro anni) con mille attenzioni controproducenti. La giudice, una trentenne single, determinata ma sensibile, è in fondo il personaggio femminile più positivo. E’ attratta da d’Aubry, che potrebbe essere suo padre, e sullo sfondo di questo segreto sentimento le sue riflessioni rispecchiano quelle di molte giovani donne indecise se legarsi o meno a qualcuno. Cosa che, alla fine, di solito accade con persone irrimediabilmente sbagliate.


Nel suo romanzo, una parte da leone la gioca un vecchio bunker scoperto sulle montagne sopra Chiavenna. Non diciamo di più, ma il lettore capirà molto presto che il bunker è una metafora del mondo in cui vivremo tra qualche anno.

La storia di “Zero” si svolge nella primavera del 2024, con l’Italia fuori dall’euro da due anni, in preda a disordini di tipo “gilet gialli”.. La gente ha paura del futuro, alza muri, scava trincee e si rifugia dove si sente al sicuro. E inizia ad avvertire una vena profonda di scontento, se non di irritazione per ciò che sta producendo su di loro la crisi, non solo economica ma anche nei rapporti sociali e affettivi. Credo che questo fenomeno e le sue tendenze siano già avvertibili oggi. Il marito di Sara lo spiega, con la semplicità che gli è propria, nelle ultime pagine del romanzo: “Tanto ormai ho capito che la vita felice è un miraggio, una carota sospesa all’estremità di uno stecco. Da una ventina d’anni, un sacco di uomini e donne della mia età si sono accorti dell’imbroglio. La mattina si svegliano e s’accorgono che la carota è sempre più piccola e lo stecco sempre più lungo (…) Sono tutti più nervosi. Mangiano bio, fanno yoga, comprano auto elettriche, ma sotto sotto cova la brace della delusione. La crisi del ‘22 ci ha avvelenato tutti. Trovami uno che possa dirsi contento, bello contento e pasciuto come un frate. Io di sicuro non lo sono più.”


Un tantino pessimistico, non crede?

Un tantino realistico, direi, in un romanzo dove peraltro non mancano situazioni e dialoghi improntati all’umorismo. Naturalmente tutti noi siamo in grado di citare delle eccezioni alla tendenza che ho indicato. Un altro personaggio del romanzo le sintetizza così: “Gli unici che non schiattano amari o inaciditi sono quelli che se ne fregano di tutto: gente stramba, a metà tra i malfattori e gli uccelli dell’aria del Vangelo. Altri hanno vinto la partita sottraendosi a questo mondo vinto e sparpagliato, che si compra le anime nostre con gli abbagli.”


Come definirebbe il suo romanzo? Un giallo, un noir?

Anche se in “Zero” si possono trovare alcuni elementi tipici del noir (molta azione e un paio di scene “pulp”), direi che esso è costruito come un giallo, in cui la verità viene fuori per gradi fino all’epilogo a sorpresa. Questa gradualità nello svelamento dei misteri consente al lettore di diventare anch’egli detective, ponendosi delle domande e costruendo delle ipotesi, grazie agli spiragli che si aprono lungo il racconto. Nella sua personale indagine, il lettore è aiutato anche da un elemento tipico dei miei romanzi: l’accuratezza con cui è descritta la psicologia dei personaggi, grazie alla quale è possibile inquadrarne i dubbi, le ambizioni, le reticenze. Chi ha letto il romanzo mi ha detto che la sua architettura, il ritmo serrato e la doppia sorpresa finale l’ho ha portato a leggerlo tutto di un fiato. E questa è la più bella ricompensa che possa ricevere uno scrittore per la sua fatica.